Taccuino Anastasiano è il proseguimento del Blog "Circolo Letterario Anastasiano", con il quale rimane comunque collegato (basta cliccare sul logo del CLA).
Sarà questo un blog essenzialmente dedicato alle recensioni, alle notizie letterarie, alle presentazioni di libri ed agli appuntamenti ed incontri relativi al nostro territorio vesuviano, e non solo: dedicheremo spazio a tutte le notizie interessanti che ci giungeranno, con lo scopo di fornire valide informazioni culturali e spunti di riflessione su temi di carattere poetico e letterario in generale.
Buona lettura e buona consultazione.

Poesia a Cerro al Volturno, 30/8/25

venerdì 7 marzo 2014

Il Libro Quarantanovesimo della Rivista "Secondo Tempo"

E' da poco uscito il Libro Quarantanovesimo della pregevole Rivista Letteraria napoletana "Secondo Tempo", Marcus Edizioni, a cura di Alessandro Carandente.
Dopo due numeri monografici consecutivi dedicati, il primo, a Giuseppe Pontiggia nel decennale della morte, e il secondo al compianto Alfonso Malinconico, scrive Carandente nel suo Editoriale di apertura, questo quarantanovesimo numero (Libro) della Rivista si presenta nuovamente con le sue solite interessanti rubriche letterarie.
Abbiamo dunque, per i "Testi inventivi", i contributi di Alessandro Carandente, Giuseppe Vetromile, Pasquale Della Ragione, Giovanni Fontana, Carlo Di Legge, Domenico Cara, Gerardo Pedicini e Salvatore Violante. Nella sezione "Interventi critici" troviamo le riflessioni di Carlo Di Lieto, Giuseppe Panella, Raffaele Perrotta, Gian Battista Nazzaro. Ed infine le recensioni di: Daniela Sciarelli, Alessandro Carandente, Salvatore Violante, Franca Alaimo, Lorena Liberatore, Carlo Di Legge e Rubina Giorgi.
La copertina di questo Quarantanovesimo Libro è di Pietro Lista.

domenica 9 febbraio 2014

"La mia vita davanti", un libro di poesie di Silvia Verdoliva

Il diario è un intimo strumento letterario su cui riversare, quotidianamente, le proprie riflessioni, i propri dubbi, e le gioie e i dolori, insomma tutto ciò che muove e sommuove il proprio animo. Un alter ego con cui dialogare, da cui trarre spunti e annotazioni per imprese e progetti futuri. Lo si tiene segretamente nel cassetto, perché è una reliquia preziosa, è la nostra stessa persona, senza falsi cliché e senza infingimenti: naturale e autentica. Ma rimane un diario, un quaderno con un grande valore umano ma senza nessun valore letterario (a meno che non sia un'opera importante, del tipo "Il diario di Anna Frank). Quando poi questo "diario" assume le fattezze di un'opera letteraria di un certo rilievo, e nella fattispecie un testo poetico, allora la cosa assume tutto un altro aspetto.
Nella maggior parte dei casi, però, quando il poeta esprime le sue riflessioni e il suo stato d'animo in versi, in un lungo viaggio che parla dei propri problemi esistenziali, può cadere nella trappola dell'autoreferenzialità, del "piangersi addosso" e della melensaggine, tutte caratteristiche che denotano negativamente un percorso poetico che dovrebbe, in effetti, estrapolarsi da tali contaminazioni sentimentali. E' sorprendente, dunque, come in "La mia vita davanti" di Silvia Verdoliva, tale estrapolazione, tale distacco, si renda evidentissimo, e in modo pregevole. Il "diario" di Silvia, che è un diario di vita, di vissuto, di aspettative tradite, di sentimenti intensi provati e negati, è coraggiosamente narrato in versi, versi che trasportano già in sé la forza e l'intensità delle prove giornaliere, sia dal punto di vista sentimentale che da quello umano e sociale, che la nostra autrice ha affrontato finora. Voglio dire che esprimere la propria vita e i propri sentimenti in poesia, lungi dalla mera annotazione, per quanto accorata e intensa, sulla pagina del proprio "diario", diventa operazione raffinata, valida artisticamente e culturalmente, aderente appunto ai canoni e alle modalità essenziali dello scrivere di poesia: laddove è opportuno e, direi, sostanziale, distaccarsi ed elevarsi dal piano invischiante dell'immediatezza sentimentale, per produrre con maggiore "scienza" e padronanza e tecnica e stile, il dire poetico. Un po' come quando in polizia viene affidato il "caso" ad altri perché il commissario di turno, essendo direttamente coinvolto in quanto parente dell'ucciso, potrebbe non essere del tutto lucido razionalmente nell'affrontare la situazione.
E Silvia Verdoliva, scrivendo questa bella raccolta poetica, riesce a vedere "razionalmente" davanti a sé, davanti alla sua vita, imbrigliando bene tutto il subbuglio interiore che in primis genera la sua forza poetica, la sua creatura poetica; e lei è ben consapevole di ciò. La poesia non nasce semplicemente dall'esperienza di vita, ci vogliono poi attrezzature adatte e particolari inclinazioni, capacità quasi innate che devono essere costantemente coltivate e interrogate, per procedere sempre meglio lungo la strada della poesia, del fare poesia. Altrimenti si ricadrebbe nella semplicità del "diario", che tutti in qualche modo sono in grado di scrivere.
Come ogni buon libro di poesie che si rispetti, anche questo di Silvia Verdoliva, "La mia vita davanti", ponendosi, ripeto, molto più in alto, artisticamente parlando, rispetto ad un semplice diario, espone un progetto itinerante, un "viaggio", che prende, sì, spunto dalla propria intima storia personale, dal proprio vissuto, ma nel contempo riesce ad estrapolarsi dal "personale", per divenire condivisibile universalmente: è questo, come dicevo, il pregio della poesia, e in particolare quella di Verdoliva: saper tradurre, rendere, riplasmare, il proprio vigore sentimentale, in modo tale che il lavoro poetico derivante sia effettivamente episodio, fatto, operazione artistica e letteraria alta, valida per tutti. E il suo è un viaggio che parte da lontano, dai primi sentimenti genuini di ragazza pronta alla vita, sentimenti che restano poi, via via, incapsulati ma non frantumati, non sfumati, dalla durezza della realtà quotidiana, dalle spigolosità della vita e, anche, dalla cattiveria delle persone vicine. "La mia vita davanti" è un affrontare consapevole il futuro, sulla base, potremmo dire, delle esperienze trascorse, negative alcune, sì, ma sufficienti a donare all'autrice una veste più robusta, uno sguardo più perspicace sul mondo: è una presa di coscienza poetica coraggiosa, direi quasi eroica; un "ritorno al mondo" del tutto consapevole: "Invece oggi torno al mondo: / rocambolesco mio tonfo! / In uno spazio troppo angusto, / in un dolore assai profondo. / E allora, / vorrei che fosse pioggia / vorrei che fosse morte, / e vorrei restare sola / stanotte. / E vorrei che fosse vento / vorrei che fosse terra: / rossa terra nuova, / terra garganica..."
Ma poi il viaggio continua e l'autrice si rende conto che "E' finito il tempo / di tutte le cose. / Gettane qualcuna / nel pozzo dei ricordi / e pescane, di tanto in tanto, / una stilla di sorriso. / E' finito il tempo / di ballare. / Lascia al palco la bambina / e dille, senza compianto, / che più non crescerà. / E' finito il tempo di scherzare, / di dar matto - sonnecchiare. / Non è più tempo / dell'estate. / Delle stelle cadenti, delle / cosce bollenti - insensate risate!" ("Equinozio d'autunno"); sono versi che risuonano di una amarezza contenuta, quasi a convicere se stessa che la realtà quotidiana è purtroppo altra cosa rispetto ai sogni e alle dolcezze del passato.
Alle disillusioni, ad un amore tradito, spezzato, Silvia Verdoliva risponde con la positività della sua "Vita davanti", inserendo nei suoi versi tutta la forza, la sua veemenza, ma nello stesso tempo la sua dolcezza e la sua gradevole musicalità che rendono il suo dettato poetico fluido e ritmato, certamente elevato. Il libro è ben progettato, è evidente il lavoro di "confezionamento" dell'autrice nel realizzare tutto il suo "viaggio" nei propri sentimenti, e che riesce ad interessare intensamente il lettore fin dalle prime pagine.

Siamo quindi di fronte ad un'opera letteraria di ottimo livello, e chiudiamo queste riflessioni sul suo libro augurando alla giovane poetessa stabiese un percorso sempre più ricco di meritati successi poetici.

Silvia Verdoliva, "La mia vita davanti", Edizioni Creativa, 2013; prefazione di Sergio Saggese.

G. Vetromile
9/2/14

venerdì 7 febbraio 2014

Una nota di Raffaele Liguoro sul libro "Ero il ragazzo scalzo nel cortile" di Raffaele Urraro

Nell’accostarsi al titolo : Ero il ragazzo scalzo nel cortile, bisogna considerare due motivi
fondamentali : il ricordo e i mutamenti storici. L’opera si pone come un diario, a cui l’autore affida,
i sacrifici, i sogni, gli aneddoti di una vita, offerti dal contesto storico-culturale del dopoguerra e
dalle condizioni umane di una famiglia che traeva dalla terra il seme della speranza.
Così l’autore, nell’esprimere le verità elementari delle cose che lo circondano, assume un
linguaggio semplice, discorsivo, da diario appunto, evitando descrizioni affettate di un mondo
amato ed ora lontano; rifugge da stili e schemi ormai canonici della tradizione letteraria, alludo ai
clichès, abusati in poesia, dell’alba, della sera, degli alberi, del sole, delle stagioni ed di ogni altro
elemento della natura per esprimere le più varie condizioni umane. Si può dire come in questo caso
che la natura, in Urraro, sia vista essenzialmente per le sue componenti pratiche perché la
realtà in cui viveva richiedeva solo praticità e forza di braccia (imparai che la terra/produce per
amore/ anche quando riceve/ mille ferite al giorno).
Dall’infanzia alla maturità: l’autore stabilisce una continuità fra presente e passato, o meglio un
ritorno al passato che domina il presente. Come in un viaggio di andata e ritorno nei luoghi della
memoria, anche il lettore viene spinto e sospinto nella terra degli altri, prima, e nel liceo fatto di
straforo, dopo. Il poeta dipinge ai nostri occhi lo sguardo che aveva da bambino, le sbuffate
nascoste, quando nei giorni di festa accompagnava il padre nei campi o quando lui stesso alle tre di
mattina (o di notte) si portava al mercato su un’arrancante bicicletta. Da ogni testo traspare sempre
la riconoscenza e l’amore per la propria famiglia, soprattutto per il padre, che ha sempre creduto in
lui, tanto da spingerlo col suo orgoglio cocciuto/di bracciante agricolo agli studi. Se ne ricorderà
sempre il poeta, ricordando, in simbiosi, la maschera di polvere e sudore del padre.
L’avvicinamento dei concetti e dei valori di mezzo secolo fa mette rapidamente in luce la differenza
col modo di vivere di oggi. Ma questa lontananza chiarisce e rivela una somiglianza tra i sogni dei
ragazzi di allora e quelli di oggi.
Il volume presenta molte iterazioni (una su tutte : nella terra degli altri), che rappresentano uno dei
fattori più potenti di coesione e di organicità. Naturalmente non basta la semplice iterazione a creare
quell’equivalenza che è propria della poesia, perché non tutte le ripetizioni sono pertinenti se non
diventano elementi costruttivi del testo, se non entrano, cioè, in un più vasto processo di
correlazione fra le parti dell’insieme. I titoli di ogni poesia costituiscono dei veri e propri incipit
che proseguono solo per pochi versi( eccezioni sono : Quando salirai sull’albero delle ciliegie, quando mi fermo a navigare nei ricordi, per scrivere questi versi e solo le mani di mio padre che vanno a formare le vere e proprie liriche, inserite in questo organigramma dei ricordi) poiché Urraro
sorprende le attese del lettore virando il discorso verso la direzione opposta, per marcare una
particolare struttura sintattica o per sottolineare iconicamente il senso del discorso.
Raffaele Urraro poeta, critico letterario, professore di italiano e latino, raffinato studioso del maggior poeta dell’ottocento (Leopardi) e non solo, a differenza di quanto si possa aspettare, non tiene conto degli alti esempi dei suoi predecessori e adotta volontariamente, un verso tutt’altro che classico nel metro, in cui è abolito l’uso della punteggiatura in favore di un’espressione più diretta, che stia a sintetizzare la velocità del pensiero e l’irruenza degli imput emotivi.
In questo volume, Urraro si pone come cronista, egli racconta senza troppa enfasi (questo è uno dei
pregi dell’opera) la vita non di una sola famiglia ma di una società , andando quindi dal particolare
all’universale; parlando in prima persona egli riporta trasformazioni e mentalità di una generazione
che aveva voglia di evolversi. Tutto questo è eloquentemente espresso nella poesia: eravamo in tre
a sognare. Infatti in questo testo il poeta non parla solo del suo desiderio di divenire partecipe della
vita pubblica e di trovare una collocazione nella giostra mirabolante della vita, ma include altri due
ragazzi che insieme a lui condividevano gli stessi sogni. Il vero pregio dell’opera rimane quello di
lasciarsi leggere con gusto e partecipazione. In questo senso il volume può essere paragonato ad un romanzo. Ma perché limitarsi a un paragone, quando in ogni pagina si può leggere una microstoria che rinvia inevitabilmente alla pagina seguente, e la seguente, sviluppando quella precedente, apre ad un nuovo ciclo? Ma perché limitarsi ad un paragone se ogni pagina non è altro che un divenire, un progressivo focalizzarsi dell'attenzione sul singolo individuo e sulle persone a lui vicine? Ma perché limitarsi ad un paragone se ogni pagina di questo libro contribuisce a creare una trama,
un’ambientazione e a narrare una vicenda? Perché limitarsi a paragonare questo libro ad un romanzo quando esso è un romanzo?
(Raffaele Liguoro)

lunedì 6 gennaio 2014

La poesia del mondo contadino di Giovanni D'Amiano

Può avere anche il dialetto, e nella fattispecie il dialetto napoletano, un livello "alto" e colto di espressività poetica? Per meglio dire, riferendoci alla lingua italiana, sappiamo molto bene che esiste una modalità letteraria che si distingue dall'uso corrente, dal parlare quotidiano, per un dire più elevato e più ricco, qualitativamente migliore; e questo sia in produzioni di narrativa che di poesia, di saggistica o di altro genere letterario. Quando si scrive, soprattutto quando si scrive, è normale quindi che si faccia il miglior uso della nostra bella lingua italiana, ma ciò vale, ripeto, anche per il dialetto? A parte i numerosi "distinguo" che innalzano il dialetto a vera lingua (molti, infatti, asseriscono che il napoletano lo è in effetti, e con dignità...), resta comunque la delusione e l'amarezza di dover constatare che il dialetto è, ahimé!, spesso masticato molto male specialmente quando lo si scrive. Non credo ci sia bisogno di essere particolarmente esperti in questo campo, per accorgersi che, purtroppo, e parlando in modo specifico del dialetto napoletano, non ci sia più quella precisione, quella correttezza e quella forbitezza nel produrre scritti in dialetto. I giovani napoletani tendono a scrivere così come parlano, e non credo che questo sia del tutto corretto. D'altra parte non esistono più, o forse sono rimasti ben pochi, importanti riferimenti e guide in questo campo, poeti e scrittori classici di rilievo che a Napoli hanno fatto scuola, contribuendo alla diffusione del buon dialetto scritto, parlato e cantato.
Non voglio dilungarmi su questo argomento, che andrebbe meritatamente trattato in altre sedi. Ma mi fa molto piacere constatare che uno di questi riferimenti importanti nel panorama attuale della letteratura napoletana, è senz'altro, a mio avviso, il poeta Giovanni D'Amiano.
Il nostro poeta, il quale tiene con giusto orgoglio a precisare che è di origini contadine, è riuscito a creare con il suo libro "'E pprete 'e casa mia" un'opera importante che prende le distanze dalla vasta e variegata produzione poetica in dialetto napoletano che possiamo trovare attualmente in giro. Si distingue per vari motivi, e uno di questi, forse il principale, è che il libro è dotato di tutti gli "strumenti" per poter meglio comprendere i testi poetici in dialetto che vi sono inclusi: un utile glossario dei termini napoletani alla fine, le scelte ortografiche operate dall'autore, scelte che costituiscono a mio avviso un vero e proprio vademecum del corretto scrivere napoletano, cosa che, unita a una buona consultazione, anzi studio, della grammatica napoletana, potrebbe costituire un ottimo supporto per i giovani (e, diciamolo pure, non più giovani) poeti napoletani che volessero continuare ad esprimersi in dialetto. Un libro di poesie, quindi, quello del D'Amiano, che, oltre ad essere letto per il piacere intrinseco di assaporare poesie napoletane, va tenuto a portata di mano, diciamo così, sulla scrivania dell'aspirante poeta vernacolare (e non!...), per trarne profitto, suggerimenti, indicazioni, spunti e riflessioni indispensabili e fruttuosi. Un libro completo, dunque, in questo senso, ed anche dal punto di vista tipografico. Essendovi incluse più di 350 liriche (una sorta di "summa poetica" del nostro autore), il libro si presenta agevole e comodo grazie al formato non eccessivamente grande, facile da leggere e da sfogliare. Ogni poesia, poi, è riproposta tradotta in italiano a pie' di pagina, così che anche un non napoletano può gustare la bontà delle liriche del nostro poeta.
Un libro importante anche sotto un altro aspetto: il legame tra cultura, letteratura e mondo rurale. L'opera di Giovanni D'Amiano non è un qualcosa di raccogliticcio, messo insieme tanto per realizzare un libro di testi poetici slegati l'uno dall'altro e senza nessun filo conduttore interno che possa dare un senso a tutto il progetto: no, il libro di D'Amiano ha il preciso scopo, a mio avviso, di riportare a noi, attraverso il caleidoscopio delle sue memorie e versi napoletani, un mondo contadino che purtroppo non è più attuale, ma ricco di valori umani, storici, sociali che solo con l'intelligente lavoro poetico del nostro è stato possibile far riemergere e che ancora potrebbero esserci utili, almeno dal punto di vista del recupero storico e del costume. Ecco dunque il legame tra l'antico mondo contadino e la poesia, ecco il filo conduttore nettissimo e prezioso che si snoda leggendo queste ottime poesie del D'Amiano.
Ma non è tutto qui. Oltre alla indubbia bontà e alla generosità dell'opera poetica di Giovanni D'Amiano nel riproporci con i suoi versi l'antica quotidianità e civiltà contadina, bisogna pur dire che le sue poesie rappresentano davvero una pietra miliare nel panorama sovente "accidentato" della poesia napoletana; voglio dire che le sue liriche, al di là del contenuto "rustico", come giustamente afferma anche nella sua dotta prefazione Armando Maglione, sono quadri perfetti non solo per le immagini e le sensazioni che suscitano nel lettore, ma anche per il dettato, lo stile e la forma, l'armonia interna e la musicalità, qualità tutte, queste, che connotano la poesia del D'Amiano, inserendola sicuramente tra le maggiori e più importanti opere poetiche del novecento letterario napoletano e d'inizio di questo secolo.
Non è possibile riportare in questa mia breve nota gran parte dei versi del libro del D'Amiano, tutti meritevoli di essere citati per la grande forza espressiva, per le emozioni che suscitano, per il riverbero musicale e anche storico che evocano; ma è opportuno chiudere con almeno una sua poesia, rimandando ai lettori appassionati e desiderosi di apprendere ed affinare stili, morfologia, grammatica e contenuti delle liriche in vernacolo napoletano, un ulteriore e più ampio godimento di tutto il libro.

'A massaria addó i' songo nato

Che ssanta cosa si me lla scurdavo
'a massaria addó i' songo nato,
o si 'o tiempo ll'avesse scancellata
prèta pe pprèta, chiancarelle e ttrave.

Mmece, 'a vi' ccanne, tutta sgarrupata,
nera 'e fummo, perùta, stengenata,
sotto a ll'èvera 'e muro, ardìche, spine,
comm'a nu niro scheletro 'e restina.

Pare na capa 'e morta abbandunata
'e na perzona cara, ca vo' ajuto,
e, nfunno â vocca aperta e ll'uocchie fute,
porta ancora na pena ammattugliata.

Massaria triste e ssenza nu dimane,
campusanto 'e na favola schiantata,
ca straccia 'o core 'a pietto a cchi nc'è nnato,
e nce bene a scavà cu 'o sango ê mmane.

Nfi' a che mmoro, i' pure scavarraggio
dinto â mazzamma 'e chesti pprète antiche,
pe ttruvà n'ata vrénzola 'e curaggio
'a cierti ffacce, 'a cierti vvoce amiche.


Giovanni D'Amiano, "'E pprete 'e casa mia", Edizioni Duemme, Torre del Greco (Na), 2013.
Prefazione di Armando Maglione. Pagg. 368, E. 15

Giuseppe Vetromile

6/1/13

giovedì 2 gennaio 2014

Inaugurazione della Rassegna d'Arte Contemporanea "La bellezza amara"

Sarà inaugurata il 18 Gennaio 2014 alle ore 19.00, negli spazi espositivi della No/Contemporanea Gallery, in Via della Repubblica 36, Nola (Napoli), un’importante rassegna di Arte Contemporanea, dal titolo “La bellezza amara”, a cura di Annibale Rainone.

Pittura, scultura, fotografia e video presso il nuovo spazio espositivo della No/Contemporanea Gallery (Seminario Vescovile di Nola), dal 18 gennaio al 23 febbraio 2014. Il titolo è "La bellezza amara", da un’idea di Peppe Capasso. Prima collettiva sul territorio con artisti di rilievo non solo nazionale (in ordine alfabetico): Aniello Barone, Raffaele Canoro, Peppe Capasso, Camillo Capolongo, Giovanni Di Capua, Marcello Di Donato, Fabio Donato, Salvatore Emblema, Mario Franco, Costabile Guariglia, Giuseppe La Mura.

Paesaggi devastati e riscritti dalle ecoballe o, più dissennatamente, dai sacchetti di rifiuti lasciati lungo le strade nelle foto di Aniello Barone. L’urgenza di anime brancolanti alla ricerca di luce nelle tele di Raffaele Canoro. Le due sculture/installazioni di Peppe Capasso risolte interamente nella compiutezza dei simboli evocati. L’indeterminatezza dei frammenti nati, tra arte e scrittura, nelle opere di Camillo Capolongo. La narrazione, raffinata e anaffettiva, dei fantocci alienati di Giovanni Di Capua. Il nitore stilistico e tematico degli scatti dal South Africa di Marcello Di Donato. Ritagli di spazio liberati dal contesto nella fotografia di Fabio Donato. La totalità delle trasparenze nella dissezione materica di Salvatore Emblema. Sussulti dromomani lungo flussi liquidi, globish nei video di Mario Franco. Configurazioni eretico-erotiche per la carica espressiva di Costabile Guariglia. Le sospensioni cromatiche nel corpo della pittura di Giuseppe La Mura.

L’iniziativa è patrocinata da Regione Campania, Comune di Nola, IAISUM (Istituto Accademico Internazionale delle Scienze Umane e Mediatiche), Museo Possibile, Spazio Nea, Hybrida Contemporanea.

Ufficio stampa e Comunicazione Tiziana Falco nocontemporanea@iaisum.it – 347 9119666 – 333 1793124

Rif.: http://www.iaisum.it/presentazione-mostra/


sabato 28 dicembre 2013

Dal messaggio in bottiglia alla @

La comunicazione: che senso ha in questo mondo attuale così inondato e bombardato da continui ed insistenti messaggi che molto spesso sono soverchi, ridondanti, retorici e persino falsi? Come distinguere un messaggio autentico, sincero, da quelli che provengono dal mondo della pubblicità, della politica, del potere mediatico? Se lo è chiesto Alba Cappella, artista completa e di grande talento, ideatrice della "Extens - Art". Nell'ambito di questa concezione artistica, è nata dunque l'idea di realizzare un progetto di ampio respiro sulla "comunicazione", che coinvolge praticamente tutte le modalità artistiche, compresa l'espressione poetica.
Il Progetto si è per ora concretizzato in un lungometraggio realizzato da Rosario Pinto e che è stato presentato e proiettato per la prima volta ieri, 27 dicembre, nell'accogliente salotto di Umberto La Marra, dove ha sede l'Associazione Culturale Megaris", in Via Strettola delle Fiorentine e Chiaia 14, alla presenza dello stesso Rosario Pinto, che ne ha introdotto le finalità, di Alba Cappella e di Angelo Calabrese, che ne cura la parte letteraria e poetica.
Lo scopo del progetto è principalmente quello di mostrare che l'Arte è verità e la comunicazione, il "messaggio in bottiglia" che viene affidato al mare o alla "rete virtuale", reca in sé il nocciolo della verità e dell'autenticità solo quando viene completamente interiorizzato dalla persona che lo accoglie; diversamente dalla pioggia di parole e termini sovrabbondanti ed equivoci che ci pervengono dalla quotidianità consumistica e egoista. La forma d'arte, l'espressione artistica, la poesia, sono messaggi diretti e scevri da ogni infingimento.

Un Progetto "work in progress", come si usa dire, dunque, che prevede la programmazione di altre tappe importanti e appuntamenti in varie sedi che verranno comunicati a tutti gli interessati, in cui si allestiranno mostre, convegni e incontri di poesia.

Il II Volume dell'Antologia "Transiti Poetici"

CIRCOLO DELLE VOCI, Vol. I°

"Gusti di...versi", Ristorante Albergo dei Baroni, Sant'Anastasia (Na), 13 marzo 2015

La mostra "Il respiro della materia / I colori dell’anima"

Due poesie di Gerardo Pedicini

L’ombra del tempo

(per Sergio Vecchio


L’ombra del tempo

è ferma alla tua porta

e tra i rami

vigila la civetta,

cara agli dei.

Nel silenzio della notte

avanza il giorno tra le spine

e il vento rode

le vecchie mura sibarite

intrise d’acqua e di memorie.

Dorme nel profondo la palude:

il Sele discende lento fino al mare

e svuota le tombe dei sacrari.

Ora è l’antica Hera,

ora è Poseidon a indicarti il cammino.

Alla deriva del vento

il tuo passo di lucertola

è rapido volo d’uccello.

Sotto la tettoia scalpita il treno

sugli scambi e rompe le stagioni

nel vuoto delle ore.

Nel laboratorio acceso di speranze

resti tu solo a sorvegliare

il perimetro antico delle mura

mentre vesti d’incenso i tuoi ricordi

tracciando sul foglio linee d’ombra.

***

I segni della storia

(ad Angelo Noce)


Cinabro è il fuoco dei ricordi:

passano rotte di terre nella mano

e sfilano i segni della storia.

Ombre e figure

alzano templi alla memoria.

Nell’antico corso del mare

si sospende la luce del giorno.

È un sogno senza fine.

Transita il tempo da un foglio all’altro

e incide in successione

ciò che già fu, ciò che sarà

nella tenue traccia del tuo respiro.

(Gerardo Pedicini)

Il libretto "I Poeti della rosa"