Taccuino Anastasiano è il proseguimento del Blog "Circolo Letterario Anastasiano", con il quale rimane comunque collegato (basta cliccare sul logo del CLA).
Sarà questo un blog essenzialmente dedicato alle recensioni, alle notizie letterarie, alle presentazioni di libri ed agli appuntamenti ed incontri relativi al nostro territorio vesuviano, e non solo: dedicheremo spazio a tutte le notizie interessanti che ci giungeranno, con lo scopo di fornire valide informazioni culturali e spunti di riflessione su temi di carattere poetico e letterario in generale.
Buona lettura e buona consultazione.

Poesia a Cerro al Volturno, 30/8/25

lunedì 13 giugno 2016

Il "Rendez-vous" poetico di Libera Nasti

Il mondo poetico espresso da un autore attinge inevitabilmente dalla sua personalità, dalla sua sensibilità ma anche dalla sua esperienza di vita, dalla sua formazione professionale e dai suoi studi. Il tutto naturalmente ha origine in quel luogo misterioso senza tempo e senza spazio che è il fondamento della persona, chiamiamolo "cuore", anima, spirito o in qualunque altra maniera che possa anche minimamente avvicinarsi all'indefinibile essenzialità dell'uomo. L'atto creativo, che si manifesti poi attraverso l'arte della scrittura poetica, o del disegno, o della pittura, della musica o di qualunque altro possibile ramo artistico, è prerogativa di noi umani, uniche "creature" al mondo atte a "ri-creare" continuamente il mondo stesso, plasmandone la materia a disposizione ma anche le tecniche comunicative, la parola, il "verbo". E poi l'informe crogiolo di idee e di concetti che ribolle in noi, pronto ad estrinsecarsi in pura poesia, o in un quadro, o in un testo musicale, deve però subire il filtro attento dell'intelligenza, il lavoro di perfezionamento messo in atto dal nostro cervello. Ma l'impeto creativo parte dal nostro profondo io.
Ora, una vita dedicata allo studio di materie scientifiche, di applicazioni nel campo della fisica e della matematica, dove la ragione e la razionalità regnano necessariamente sovrani, e dove non c'è altra soluzione ammissibile al "due più due fa quattro" (almeno rimanendo nel campo della macroquotidianità e senza tirare in ballo le teorie della probabilità o addirittura della meccanica quantistica), è possibile che possa generare poesia? E addirittura poesia d'amore?
Un poco se ne è discusso durante una interessante riunione di poeti che nella vita di tutti i giorni si occupano di cosiddette "cose scientifiche", tenutasi ultimamente a Castellammare; sta di fatto, e del resto non poteva essere altrimenti, che la professionalità e gli studi scientifici non solo permettono e ammettono l'attività umanistica e nella fattispecie poetica, ma anzi la integrano, la rigenerano, la ri-connotano, aprendo varchi nuovi e interessantissimi, mutuando da quel mondo scientifico la forza creativa, i paradigmi e le leggi, le interazioni e i princìpi. Ne può sortire una poesia nuova, ricca di elementi appartanenti ad un mondo che solo apparentemente è fuori da noi, ma che in realtà ci permea e ci completa fin nelle più piccole e rarefatte molecole.
Libera Nasti, laureata in fisica, docente di "elementi di fisica per il restauro", è poetessa che solo apparentemente mette da parte il suo excursus professionale per illuminare i suoi componimenti poetici costruiti con la perfezione e l'armonia del mondo fisico, ma dotati nello stesso tempo di una carica emozionale e sentimentale che da quel mondo sembra essere avulsa, distaccata.
La sua materia è principalmente l'amore, che lei modella come una struttura molecolare, sempre rinnovata e rinnovabile, o come un modello matematico che si adatti alla perfezione alla sua anima, al suo cuore: due mondi diversi, apparentemente distinti e separati, ma che in Libera Nasti si fondono e si integrano. L'amore è una storia passata, ma che torna sempre, rivive e si rimanifesta anche inconsciamente, come la nuvola elettronica attorno al nucleo centrale: è una probabilità di esistere, ed infatti esiste.
Si tratta qui, dunque, di un vero e proprio "rendez-vous" poetico, come già il titolo della raccolta vuole proporre e descrivere. Il termine è senza dubbio tecnico, ed è sovente utilizzato nell'aeronautica spaziale, quando due navicelle devono congiungersi in orbita. Chiamiamolo anche "appuntamento", un incontro o appuntamento puntuale, perché abbisogna di precise coordinate spazio-temporali. Il "rendez-vous" poetico di Libera Nasti si concretizza dunque attraverso la congiunzione, oserei dire perfetta, cronometrica, tra la sua anima e il mondo circostante. Avviene una sola volta, si avvera nel progetto poetico del libro, ma poi si eternizza, acquista valore universale.
La poesia di Libera Nasti, almeno in questo suo primo libro, non è apparentemente costruita su schemi e strutture che possano riferirsi direttamente al mondo scientifico, fisico o matematico, ambiente del suo lavoro quotidiano. Il suo linguaggio poetico è diretto, è romantico, è ricco di sentimenti ed è fortemente armonioso. Nulla a che vedere, dunque, con il linguaggio lontano e preciso di una certa connotozione scientifica. Ma sta proprio qui il senso del suo "rendez-vous": un incontro, un possibile incontro e successiva integrazione tra il suo essere, la sua anima, e il mondo esterno. Significativa a questo proposito la metafora dello specchio, utilizzata nella poesia "Olrac", la seconda della raccolta: "Olrac, dolce sentinella delle mie cure, / dolce pensiero e affanno, / tenero e pensoso il mio canto, / ma pure lugubre e affranto diviene, / se celati sono i tuoi segni e le tue parole… / … Olrac e Carlo, luce e ombra mia". E' chiaro qui che la nostra poetessa si riferisce al suo amato, Carlo, ma nello stesso tempo è l'immagine specchiata di se stessa, che diventa protagonista-oggetto della storia. Un rendez-vous tentato, realizzato, per un attimo, per un tempo indeterminato, in uno spazio preciso ma indifferente, ma poi alla fine "staccato" dal proprio cuore e dalla propria anima. Resta però nello specchio sempre vivo il riflesso di quell'"Olrac" che ora risorge e diventa esso stesso forza impulsiva e disponibile verso se stessa e verso gli altri, verso il mondo: un amore che è fiamma, che è nucleo fondamentale, che non può estinguersi e che dunque abbraccia tutto il mondo esterno di Libera.
Ne sortiscono poesie d'amore di grande intensità emotiva, basate sul ricordo che è fuoco sotto la cenere, che è plasma pronto a espandersi all'infinito, impeto sentimentale trattenuto a stento tra i versi. Momenti di vita quotidiana, gesti semplici, ricordi, nostalgie, sospiri, ripensamenti… sono questi i cardini su cui Libera Nasti realizza il suo progetto poetico, in questo libro dedicato essenzialmente al sentimento amoroso, che viene da lei esaminato sotto la lente d'ingrandimento del suo cuore e del suo talento poetico, suddividendolo in tre parti: "Innamoramento", "Poesie d'amore perduto", "Amore incompleto".
Il libro è però integrato da altre due sezioni: "Esistenziale" e "Natura", dove la nostra autrice affronta più specificatamente il senso della vita, come per esempio nella poesia "La vita", in cui ella afferma: "Valeva la pena nascere / per poi essere sicuri di morire? / Sì, per tutto ciò che c'è in mezzo! / Per quest'attimo in cui sento la vita scorrere forte in me, / nelle mie vene e nei miei tessuti."
Nella sezione "Natura", troviamo probabilmente una Libera Nasti più vicina agli argomenti di carattere scientifico di cui si è parlato prima, tanto è vero che ella affronta e descrive con eleganza e armonia strutturale elementi della "natura". Leggiamo infatti in "Luce": "Si riflette sull'acqua dei rivoli della strada, / vibra nel vento, / l'annuncia il  suono dell'uccello. / Eccola: / si apre uno scorcio ed entra la luce / la luce che abbraccia e accoglie"… E con questo verso, chiudiamo la breve riflessione sulla poetica di Libera Nasti, perché proprio qui, credo, si richiude l'infinito cerchio, o se vogliamo "specchio", del suo mondo e della sua poesia: un vedersi dentro, un anelare all'amore, quell'amore fisico già provato ma che poi si universalizza nei confronti del mondo e della natura, una continua tensione verso la speranza.

Libera Nasti, "Poetic rendez-vous", Homo Scrivens, 2016

Giuseppe Vetromile

13/6/16

domenica 1 maggio 2016

Pane e Poesia, l'Antologia degli incontri tra poetesse cipriote e italiane

"Un volume con valore di scambio e di dono implicito nell'accostamento tra il pane, simbolo stesso del cibo che nutre il corpo e la mente, e la poesia…" Così leggiamo nell'introduzione di Maurizio De Rosa a questa interessante e significativa antologia che raccoglie insieme voci poetiche cipriote ed italiane, per le edizioni de La Vita Felice, Milano, 2015.
Nulla di più indovinato, parlando di "pane e poesia", per riferirsi alla condivisione, all'integrazione, allo scambio reciproco di quanto maggiormente sta a cuore a ciascuno di noi e di tutti: il pane, sin dall'antichità, e poi basti pensare all'Ultima Cena di Gesù , è sempre stato simbolo, tra le altre cose, di fondamentale ed essenziale comunione, nel senso più sociale ed umano possibile.
Orbene, anche la poesia può costituire simbolicamente un atto di vita che affratella, accomuna e condivide tutto il bene, materiale e spirituale, che può esserci su questa terra. La poesia non divide, ma unisce, e si canta insieme; si può cantare insieme, ciascuno nella propria lingua e propria esperienza di vita: ma con la stessa corda, con lo stesso cuore.
Tutto ciò si realizza e si "materializza" come pane da condividere in una mensa di alta cultura letteraria, in questa elegante antologia prodotta da La Vita Felice, in cui s'intrecciano le voci di: Alexandra Galanou, Angela Kaimaklioti, Frosoula Kolosiatou, Eufrosini Manta-Lazarou, Lily Michaelides, Elena Toumazi Rempelina e Alexandra Zambà da Cipro; e Annamaria Ferramosca, Cinzia Marulli, Rita Pacilio, Helene Paraskeva, Laura Ricci, Anna Toscano e "Centro Diurno Boemondo" (struttura sanitaria semiresidenziale del Dipartimento di Salute Mentale ASL Roma) dall'Italia.

I testi delle poetesse sono riportati nelle due lingue, greco ed italiano, a cura dell'Associazione Ciprioti in Italia "NIMA". Anche le notizie sulle autrici, riepilogate al termine del libro, sono nelle due lingue. Particolare cura nella realizzazione dell'opera deve essere riconosciuta alla Presidente dell'Associazione NIMA, poetessa Alexandra Zambà.
Un libro che evoca sapori e profumi classici, da leggere e meditare, e da tenere a portata di mano sulla scrivania o nella libreria.

Pane e Poesia, Antologia Poetica, La Vita Felice Edizioni, Milano, 2015

sabato 2 aprile 2016

"Una luce sorveglia l'infinito" (Tutto è misericordia). Antologia poetica curata da Antonietta Gnerre e Rita Pacilio

Compito arduo quello di progettare e realizzare un'antologia poetica, in un mare vastissimo di scritture e di scrittori in versi dove è facile perdersi o, all'opposto, diciamolo più francamente, è difficile individuare le isole giuste, tanto per mantenere una certa metafora. Isole giuste che poi devono essere in un certo qual modo collegate tra di loro, appoggiare su un medesimo fondo oceanico, o un po' come le punte degli iceberg che fanno parte di una stessa enorme massa di ghiaccio sottomarino.
Allora viene in aiuto il tema, che sarà il filo conduttore sottile ma robusto, a tenere uniti tra di loro i lavori poetici degli autori scelti. Il tema, l'argomento, renderà in tal modo piuttosto omogeneo il progetto antologico, pur nel rispetto dell'originalità e libertà di movimento dei singoli autori all'interno del tema stesso.
Nel caso di questa preziosa antologia, il tema è quanto mai intrigante e propositivo: "Una luce sorveglia l'infinito", (ovvero, sottotitolo, "Tutto è misericordia"), tratto da un testo di Piero Bigongiari, che è riportato anche in esergo all'inizio del volume, insieme ad un'altra citazione di Padre Antonio Spadaro. 
Immagino l'arduo e impegnativo compito delle bravissime curatrici, Antonietta Gnerre e Rita Pacilio, peraltro esperte e competenti in simili lavori di cesellatura poetica, nel dover vagliare, esaminare, comprendere, filtrare, intuire persino, osservando la vasta gamma di autori contemporanei, per poi giungere ad un equilibrato, distinto, pregevole e originale lavoro antologico, raccogliendo alla fine i "tasselli giusti" per un mosaico davvero di alto livello letterario.
Ecco dunque cosa ne è sortito: un libro che unisce voci di spicco nell'attuale panorama poetico italiano e addirittura internazionale: nientemeno che Antonella Anedda, Marco Bellini, Nicola Bultrini, Claudio Damiani, Cinzia Demi, Giuseppe Langella, Eliza Macadan, Guido Oldani, Elio Pecora, Davide Rondoni, Morten Søndergaard.
Non potendo qui soffermarci nel dettagliare in profondità i pregevoli testi degli undici Autori antologizzati, possiamo però affermare con tranquillità che la resa complessiva del "mosaico" poetico è davvero alta, e il "filo conduttore" ampiamente rispettato.

Ciascun poeta è presentato con una "nota" che riassume la sua biografia e attività letteraria, nonché la linea saliente del suo progetto poetico; la nota è inserita al termine della sezione poetica di ciascun autore, in modo tale da offrire subito un quadro completo e compatto dell'autore stesso, evitando così interruzioni e rimandi che avrebbero potuto distogliere il lettore. Questo indovinato assetto strutturale dell'antologia è una ulteriore conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, dell'elevato grado di competenza delle curatrici, del loro amore per la Poesia, e per la loro ampia e dettagliata conoscenza del mondo poetico contemporaneo. Il che, supportato poi da una Casa Editrice di tutto rispetto, La Vita Felice di Milano, è garanzia di serietà, di qualità, di buongusto persino. E in un contesto a volte così banale, piatto, fragile, questo libro rappresenta davvero una pietra miliare, un riferimento importante, da leggere, assaporare, consultare.

"Una luce sorveglia l'infinito", antologia poetica a cura di Antonietta Gnerre e Rita Pacilio. La Vita Felice Edizioni, Milano, marzo 2016.

giovedì 10 marzo 2016

Da una sponda all'altra

Con il nr. 2 de "ilretroverso" (i Quaderni del Circolo Letterario Anastasiano autoprodotti), nasce il nuovo progetto di collaborazione poetica tra Giuseppe Vetromile e un autore o autrice straniera.
Si tratta di quaderni realizzati in proprio, poi fotocopiati e spillati, a tiratura limitata (una cinquantina di copie), non in vendita, e distribuiti dai due Autori a loro discrezione.
I quaderni contengono un massimo di cinque poesie per ciascun Autore, con relativa traduzione a fronte.
Lo scopo è quello di creare un ponte, un collegamento tra i due Autori e le le loro esperienze poetiche, in una sorta di intreccio o integrazione tra l'uno e l'altro. La traduzione in italiano è curata dallo stesso poeta straniero, il quale provvederà a tradurre nella sua lingua le poesie di Vetromile, il quale ne cura anche la versione in italiano, apportando piccole modifiche o correzioni a suo giudizio necessarie, per una migliore resa poetica, in quanto è riconosciuto da tutti che, sovente, non è possibile tradurre alla lettera un'espressione poetica completa. E' quindi necessario che l'altro Autore conosca bene l'italiano.
Il primo quaderno realizzato (il nr. 2), è intitolato "Da una sponda all'altra". Coautrice con Vetromile è la poetessa peruviana Fatima Rocio Peralta Garcia.
Fátima Rocío Peralta García è nata a Lima, in Perù, il 28 gennaio del 1978. Vive nel Distretto di Santiago di Surco. Ha studiato lingua e letteratura italiana presso l'Istituto Italiano di Cultura di Lima, e a conclusione degli studi ha ottenuto, nel 2011, il diploma del Centro di valutazione dell'Università per stranieri di Perugia. Ha partecipato a diversi concorsi letterari e ha tradotto alcuni poeti italiani della nota associazione culturale "Akkuaria".

Ecco qui di seguito una poesia di ciascun autore, con relativa traduzione.

Se ne va ogni sera sul suo mito la mia pagina
tenta di ricostruire l'ambigua traccia
verso la gloria
il mito greco di introvabile splendore
mai più
mai più
mai più mi ripete chiocciante la cantilena
come un disco di tanti anni fa
graffiato nell'orgoglio
nel solco interrotto
della vita

*

E tu mi dici ancora un bene che va scemando
qui sulla scrivania delle mie ricerche assidue
mi dici che c'è ancora quella speranza
nei cassetti  chiusi a chiave
spiragli di qualche luce che entra di soppiatto

Improvvisa lama che taglia gli occhi a metà
da una parte il buio
dall'altra il colore dei tuoi capelli
mentre l'amore arrotola boccioli di sorrisi
sul tuo fascino materno



Se va cada noche sobre su mito mi página
intenta reconstruir la ambigua huella
hacia la gloria
el mito griego de imposible esplendor
nunca más
nunca más
nunca más
nunca más me repite de rodillas la copla
como un disco de tantos años atrás
herido en el orgullo
en el surco interrumpido
de la vida

*

Y tú me dices aún con bondad que va disminuyendo
aquí sobre el escritorio de mis búsquedas asiduas
me dices que todavía hay aquella esperanza
en los cajones cerrados con llave
rendijas de alguna luz que entra a escondidas

Inesperada cuchilla que corta los ojos a la mitad
por una parte la oscuridad
por otra parte el color de tus cabellos
mientras el amor envuelve capullos de sonrisas
sobre tu rostro materno

(Giuseppe Vetromile)



“Polvo”

El polvo de la noche
se irá con la piel
del silencio,
que cae come una piedra
en el olvido
tejido por el tiempo
entre sábanas de viento.


“Polvere”

La polvere della notte
se ne andrà con la pelle

del silenzio,
che cade come una pietra
nell’oblio
tessuto dal tempo
tra lenzuoli di vento.


(Fatima Rocio Peralta Garcia)

martedì 3 novembre 2015

RITA PACILIO: LA POESIA E LA FIABA

Nulla di più difficile, per uno scrittore, elaborare una fiaba. Intendo uno scrittore che normalmente sia dedito alla produzione di racconti e romanzi destinati al mondo degli adulti. Si tratta infatti di un genere particolare di letteratura, dove la narrazione deve seguire modalità e canoni aderenti e confacenti alla psicologia e alla mentalità dei bambini. Senza dilungarmi su banali e ovvie esplicitazioni sul come andrebbe progettata e scritta una fiaba, sul contenuto particolare della storia e sul linguaggio da utilizzare, adatto al mondo dei bambini, devo dire che è una modalità narrativa affascinante, non solo, ma anche altamente educativa e utilissima nell'accompagnare il fanciullo verso l'età adulta, verso la sua maturazione. E quando a scrivere fiabe è un poeta, una poetessa, il prodotto che viene elaborato può essere ancora più piacevole, istruttivo, importante dal punto di vista non solo ludico ma pedagogico e formativo.
Sono esistiti ed esistono maestri in questo campo, è vero, dai classici e intramontabili del passato fino ai più recenti scrittori per ragazzi, e non staremo qui ad elencare i tantissimi autori già noti a tutti. Ma il fascino della fiaba prende un po' tutti e prima o poi si prende la penna per narrare qualcosa che sia adatto per i bambini. Ma, attenzione, come dicevo prima non è cosa facile! Come per qualsiasi altro genere letterario, anche qui ci vuole intuito, competenza, soprattutto competenza e conoscenza del mondo dell'infanzia, sotto tutti i punti di vista, e poi tecnica narrativa e tanto cuore. Non è da tutti, dunque. Non tutti gli scrittori e i poeti possono avere questo "allargamento" di competenze e di cuore per poter inventare una fiaba: una fiaba che abbia un suo contenuto luminoso e illuminante, una morale forte, insomma, e fatta intendere ai bambini con parole semplici, storie lineari e coerenti, improntate al rispetto e alla conquista dei valori fondamentali della nostra umanità: la giustizia sociale, l'equità, la libertà, l'amore, la pace, eccetera…
Una di queste scrittrici, nonché poetesse, è senz'altro Rita Pacilio, un nome all'avanguardia nel panorama letterario italiano contemporaneo, un'autrice prolifica e di grande talento, che riesce a completare in sé gli aspetti complessi e variegati della scrittura, della poesia, della critica letteraria, del teatro e della musica, ed ora anche della fiaba! Il tutto con una integrazione ed una competenza, e con un cuore!, davvero eccezionali, tenendo anche in conto la sua vasta esperienza nel sociale.
"La principessa con i baffi" è una fiaba, edita per i tipi della Casa Editrice Scuderi di Avellino, che Rita Pacilio ha voluto sapientemente e generosamente donarci, e dico "donarci" riferendomi non soltanto al mondo dei bambini, perché spesso dobbiamo essere noi adulti a dover prendere a riferimento l'etica e la morale contenuta nelle fiabe!, con un'opera letteraria di valore, bella non solo tipograficamente, in quanto arricchita dai preziosi e indicatissimi disegni di Patrizia Russo, interessante e molto educativa.
La storia di per sé è semplice e lineare, come tutte le fiabe, perché l'importanza sta nella morale conclusiva, che il bambino lettore riesce senz'altro a cogliere immediatamente: il dover guardare nella profondità dell'anima degli altri esseri umani, oltrepassando le apparenze fisiche e gli atteggiamenti fuorvianti, e in ultima analisi, le origini, i credi, il colore della pelle. Un isegnamento importantissimo, in una società, come quella attuale, sempre più dedita alla chiusura, all'egoismo, al giudizio superficiale e anzi al pregiudizio!
Auguriamo dunque alla "Principessa coi baffi" di Rita Pacilio una lunga vita, a raddrizzare e a capovolgere i falsi autoconvincimenti di superiorità di una società pseudocivile, una lunga vita nelle famiglie dove il papà, la mamma o i nonni possano raccontare ai loro fanciulli questa storia straordinaria, ricavandone la dovuta luminosità e saggezza nel giudicare gli altri; nelle scuole, dove gli insegnanti avveduti e competenti possano con questa fiaba sfaldare i giudizi precipitosi, di primo acchito, che sovente gli alunni e i bambini esprimono nei confronti dei "brutti", dei malmessi, dei poveri, degli sciagurati, degli emarginati.
E i nostri auguri e complimenti anche alla bravissima Rita Pacilio, autrice di questa fiaba eccezionale!

Rita Pacilio, "La principessa con i baffi", Scuderi Editrice, Avellino, 2015


G.V. 3/11/15

domenica 16 agosto 2015

Una lettura di "Il genio dell'abbandono", il recente libro di Wanda Marasco

A volte capita di trovarsi fra le mani un libro che silenziosamente procede nella narrazione senza però scuotere o emozionare il lettore eccessivamente, e si continua piuttosto per educazione e rispetto nei confronti dell'autore, oppure per semplice curiosità, oppure perché nel frattempo non c'è altro di meglio a disposizione sotto l'ombrellone estivo.
Altre volte, forse poche volte, capita che il libro in questione sia davvero una specie di "bomba" benevola che esplode nella nostra mente e nel nostro cuore di lettori già dalle prime pagine, provocando un entusiastico coinvolgimento, una partecipazione totale, una condivisione direi assoluta. Si tratta di quei capolavori, purtroppo – ripeto – pochi, che emergono al pubblico quasi in sordina, senza il chiasso eccessivo dei mass-media e dei grandi poteri di una editoria che ormai segue principalmente le ossessive e rigide leggi di mercato, a scapito quasi sempre della buona qualità.
"Il genio dell'abbandono", di Wanda Marasco, è certamente uno di questi capolavori. Infatti il libro della Marasco si distingue nettamente dalla generalità di altri romanzi più o meno simili, per le peculiarità che cercherò di esporre brevemente, peculiarità e caratteristiche che difficilmente si possono riscontrare in narrazioni e storie che riguardano figure e personaggi storici di un certo rilievo: per lo più in questi casi l'autore si limita a riportare biografie più o meno dettagliate, più o meno idealizzate e fantasticate, con una scrittura a volte noiosa e inutilmente prolissa, distaccata e priva di vitalità.
Tutto il contrario di quello che accade leggendo questo bellissimo romanzo della Marasco, finalista alla prima edizione del Premio Letterario Neri Pozza ed anche entrato nella candidatura del Premio Strega di quest'anno.
Il fatto è che a mio modesto parere, ma credo che ciò possa essere condiviso dalla maggioranza dei lettori attenti, scrivere in libertà, come si suol dire, inventando storie e lasciando galoppare l'immaginazione, beninteso sempre in modo coerente e piacevole, può risultare facile: un romanzo d'avventure, una storia particolare ma del tutto immaginaria, senza nessuna pretesa di riferirsi a fatti realmente accaduti, insomma il classico romanzo tout curt, può essere scritto da parte dell'autore con relativa tranquillità e senza timore di esporsi a situazioni contraddittorie o non veritiere.
Diverso è il caso quando l'autore vuole narrare una storia vera, quindi nella fattispecie quando vuol dedicarsi a scrivere un romanzo storico, o come nel nostro caso la storia di un personaggio famoso. Qui l'autore non può "inventare", cioè non può uscire fuori dai limiti della storia e della verità dei fatti. Ma ne potrebbe sortire, come dicevo prima, un lavoro piatto, ovvio e distaccato.
Wanda Marasco è riuscita invece nell'intento di scrivere la storia di Vincenzo Gemito, il grande scultore napoletano vissuto a cavallo tra la fine dell'ottocento e i primi del novecento, distaccandosi nettamente da quella che poteva apparire una mera biografia del personaggio, pur incastonata in uno scenario in perenne movimento quali erano i tempi e le situazioni della particolare epoca storica.
Non è una semplice e piatta biografia, ma è davvero la ricostruzione fedele ma anche re-inventata di "Vicienzo", una storia affascinante e profondamente umana, profondamente viva e palpitante, in cui la "mano", anzi la penna, dell'Autrice, appare nettamente evidente, maestra, pur lasciando l'impressione di non esserci, di non lasciare sue impronte compromettenti: in tutta la storia appare soltanto, nitido, il protagonista in sé e le scene circostanti: il romanzo vive di vita propria e va sviluppandosi via via come se fosse lo stesso protagonista l'io narrante. Wanda Marasco, da buon regista, muove le fila della storia dietro le quinte, non vista, imparziale e perfetta nel suo ruolo. Tecnica sicuramente, ma non priva di cuore, di forte condivisione, quasi di velata complicità nei confronti del protagonista.
Una ricostruzione certamente fedele dell'intensa vita di "Vicienzo" Gemito, basata su una ricerca storica e documentale evidentemente molto ricca e approfondita; ma, e qui sta l'eccellenza dell'Autrice, nello stesso tempo la storia emerge in modo naturale, autonomo, attuale; e con una intensità espressiva tale da far sembrare i personaggi vivi accanto a noi, nello stesso momento della lettura, e le scene altrettanto reali e coinvolgenti.
Non staremo qui a descrivere la trama, che del resto non è l'aspetto principale del romanzo: ognuno può andarsi a leggere la vita dello scultore consultando libri e perfino Internet. Ma è la modalità, la struttura, l'intero schema del romanzo che, a mio giudizio, rende il lavoro della Marasco più che interessante, illuminato e originalissimo.
Tutta la vicenda umana, psicologica ed artistica del grande scultore napoletano, è trattata in modo puntuale e approfondito. Wanda Marasco ha saputo leggere con la sua grande esperienza narrativa nel cuore e nella mente del protagonista, quello che verosimilmente egli elucubrava nel tempo della pazzia quando era recluso nella Casa di cura Villa Fleurent, il progetto della fuga (con la quale inizia il romanzo), la sua ossessione artistica, la ricerca della perfezione, i viaggi a Parigi e a Roma, il suo sentirsi tradito e abbandonato dal mondo e dall'arte "ufficiale"; i suoi rapporti a volte conflittuali a volte amorevoli con la famiglia, i suoi amori. Tutto questo sempre narrato in modo diretto e vivido.
Contribuisce a rendere la storia di "Vicienzo" più attuale e realistica, la modalità linguistica: la Marasco utilizza in moltissimi tratti il dialetto, specialmente quando "Vicienzo" pensa e parla in prima persona; in questo modo il lettore partecipa alle vicende e ai dialoghi emozionalmente come se stesse lui stesso al centro della scena, hic et nunc. Il linguaggio è dunque immediato, comprensibilissimo (c'è anche un utile glossario al termine del libro).
Altra caratteristica degna di nota è lo scenario che avvolge e accompagna la storia di Gemito. Appare così, ad esempio, una Napoli che vediamo mutare lungo gli anni, dall'epoca della proclamazione dell'Unità d'Italia fino alla prima guerra mondiale e fino al tempo del Fascismo. Ma una Napoli che nello stesso tempo conserva le sue caratteristiche millenarie, le sue arie, i suoi sapori, i suoi vichi, il suo mare, i suoi personaggi…
Un libro davvero cólto, scritto con grande competenza e intuito, frutto di una ricerca accurata e realizzato con amore. Da leggersi quindi con amore, come un romanzo ma soprattutto perché offre senza dubbio spunti di riflessione sull'arte, sulla storia, sulla "pulitica", sulla psiche dei grandi artisti.

Wanda Marasco, "Il genio dell'abbandono", Neri Pozza Editore, 2015

Giuseppe Vetromile

16/8/15


"Vicie', e chi se ne fotte del sangue delle origini? Cazzate. E vedi il caso tuo. Non hai avuto padre e madre naturali, ma una forza del fato. Per te c'è stato un genio, il genio dell'abbandono, Vicie'. Perché se non ti abbandonavano tu forse non saresti mai diventato Gemito, il grande scultore Vincenzo Gemito!"

domenica 7 giugno 2015

Melania Panico e le sue "Campionature di fragilità"

Quando è la parola a costruire la realtà, il mondo, e non è, viceversa, il mondo a essere narrato, allora siamo di fronte a vera costruzione poetica. Siamo di fronte cioè ad un'invenzione forte e decisa che si concretizza, prende corpo, si attualizza attraverso la parola poetica, attraverso la giustapposizione nel verso dei termini consoni e adatti ad esplicitare non la realtà che è quella che è, davanti ai nostri occhi, ma la realtà nuova, quella che potrebbe essere e che in qualche modo deve essere. La realtà del sublimine e dell'inconscio, in fondo la realtà autentica e del sentimento, non tanto e non proprio la realtà fenomenologica, fisica, materiale, della quotidianità. I fatti sono ineluttabili, il mondo, si sa, va come deve andare e nessuno, per quanto si sforzi, potrà mai cambiare le regole del gioco, le leggi, le consequenzialità, le orbite dei pianeti. Resta però sempre un angolo di buio consistente e importante, e non mi riferisco a quello che poi la scienza va man mano illuminando e scoprendo, parlo bensì di quello che è e rimarrà sempre inesplicabile e in un certo qual modo irrisolvibile matematicamente e fisicamente: i sogni e l'amore, per esempio; la speranza e il tempo. In ultima analisi anche l'uomo, come essenza, al di là della sua materialità.
Ecco: la poesia reinventa e ricostruisce questo mondo "parallelo", più vero e più genuino. Lo ricostruisce di volta in volta, continuamente, come una turbina che genera nuova elettricità dal moto fisico delle pale. La poesia trasforma la materia. La poesia assorbe ed assume in sé gli strati più profondi della fisicità del mondo, fino a scavare nell'incomprensibile e nell'irrazionale per trarne lacerti di veridicità, di possibilità, di speranza addirittura. E' un ciclo inverso meraviglioso, come dicevo all'inizio, quando davvero la poesia riesce a "stanare" il mondo nascosto, sotterraneo e/o interno, latente in ciascuno di noi, per portarlo in superficie, alla luce del sole. E sono spesso cose "fragili", delicate, perché possono scomporsi maneggiandole, o possono sciogliersi come neve al sole.
Queste campionature di fragilità di Melania Panico sono l'esempio più indovinato e coerente di un lavoro poetico davvero illuminato e indovinato, capace di riportare a noi comuni individui le profondità e i misteri del mondo e dell'uomo, ricreando e rimodellando via via la materia e il sentimento con le parole e i termini, con i versi e con i brani poetici più consoni e opportuni. Si tratta di un lavoro inconscio, automatico, forse, che la poetessa riesce a trascrivere sulla pagina; ma certamente è un lavoro intelligente, poi, perché lei stessa ne diventa subito consapevole, appropriandosene immediatamente al fine di ricercare meglio, di scandagliare meglio, nel crogiolo delle emozioni e delle sensazioni sotterranee, e poi per poterle "lavorare" meglio, dal punto di vista stilistico e lessicale (non per nulla la nostra autrice è anche una bravissima filologa!).
Qui si tratta dunque di seguire, per certi versi, il suggerimento di Ungaretti, quando affermava che nel corpo poetico deve sempre aleggiare un'aura segreta, di mistero, di allusione: Melania Panico ha questa possibilità e capacità, e attua una scrittura che prende corpo da sé, irrorata da quella profondità misteriosa che non è tenebra senza senso, bensì vibrazione emotiva esprimibile soltanto attraverso una parola non usuale, non ovvia, non banale.
Non poteva dunque trovare titolo più indovinato, Melania Panico, per le sue "Campionature di fragilità", corroborato anche dalla specialissima e originale prefazione di Davide Rondoni, quando per esempio ribadisce che Melania "non è poetessa dell'incanto, ma della composizione." Verissima, questa affermazione! Le "fragilità", le cose "fragili" di Melania Panico, di cui lei stessa è, immediatamente dopo l'"ispirazione", consapevole, come dicevo, sono il prodotto del suo cesello, del suo lavorìo sulla parola, e quindi non vengono rese sic et sempliciter, crude e grezze, così come il cuor comanda, bensì subiscono il vaglio e il filtro severi di una creatività consapevole, libera e intelligente.
Non parliamo del contenuto, non è necessario e del resto non è rintracciabile a prima vista nelle poesie di Melania Panico, perché, come dicevo, ella si erge al di sopra di ogni banale e superficiale descrizione o figurazione delle cose che vede e che sente: non sono infatti poesie in cui possiamo trovare albe e tramonti, amori, voli d'uccelli e passeggiate sul lungomare, nei suoi versi, come sovente accade in molta letteratura poetica o pseudopoetica attuale. No, la nostra eccellente autrice anima le cose e il mondo, ricostruisce e rilancia il substrato segreto, celato nelle profondità del mondo e dell'uomo, mette in risalto ciò che noi, sopiti dall'ovvietà del quotidiano, non riusciamo più ad immaginare. Le sue poesie, i suoi versi spiazzano, ci costringono a seguire canali diversi, alternativi, ci costringono a ricercare altri significanti, inducendoci ad attivare quei meccanismi sacrosanti, finalmente, del sogno proiettato oltre il possibile, dell'immaginazione costruttiva. E' una poesia che ci prende per mano, ed è dunque anche per questo poesia autentica, poesia alta. Solo un paio di esempi, per illustrare questa presa, questo invito multiplo da parte della nostra autrice: "Dovrebbero pentirsi le navi / di oltraggiare il porto / dovrebbero seguire il loro destino lieve / appoggiarsi come a un'idea"; e ancora: "Fermenta l'aria adagiata alla porta: / la stanza è il luogo delle idee immature".
"Campionature di fragilità" è un corpo poetico diviso in due sezioni: "Cose accantonate" e "Rinascite". L'Autrice ha così voluto suddividere i suoi testi in questa sua prima opera letteraria; ma il filo del suo discorso poetico non si interrompe affatto, è continuo e lineare, persino logico, in quanto le "fragili" cose accantonate: riflessioni, "sorrisi tenuti da parte / custoditi sulla bocca dello stomaco", "le parole sul lastrico", assumono poi un'aura nuova, di speranza, di "rinascita" appunto, dove "Si sciolgono grumi di incomprensione ".
E' una poesia forte, essenziale, decisa, acuminata, dall'impronta personalissima, che non utilizza ridondanze stucchevoli, quella di Melania Panico; una poesia che ha l'urgenza di dire le cose ma le dice con il dovuto affondo poetico, con il dovuto spessore semantico.
Un'opera prima cui certamente seguiranno altre, perché con Melania Panico la poesia di questo primo scorcio del nuovo secolo ha forse trovato, tra gli emergenti, un esponente di riguardo, da seguire con grande attenzione e plauso.

Melania Panico, "Campionature di fragilità", Edizioni La Vita Felice, Milano, 2015; prefazione di Davide Rondoni.

Giuseppe Vetromile

28/5/15

"Si sciolgono grumi di incomprensione
le campionature di fragilità
hanno seguito la ferita gravida
si prestano al pensiero feroce
alla visione campale
lo strascico delle cose rapprese
è predisposizione alla cura
ricerca dell'ala guerriera.
Il peso da dare alle cose
lo scriviamo ad occhi aperti."

Melania Panico, classe 1985, vive e svolge la sua attività di insegnante di italiano e latino a Sant'Anastasia (Napoli). E' laureata in Filologia moderna. Alcuni suoi testi sono stati pubblicati in antologie. Ha partecipato e partecipa a diversi concorsi letterari nazionali distinguendosi sempre tra i primi classificati. Ha ottenuto recentemente il 1° Premio al Concorso "Ambrosia" di Milano, nel 2014, il 2° premio al Concorso "Conversiamo al Casale" di San Salvatore Telesino (Bn) sempre nel 2014, e nel 2015 è risultata vincitrice del 1° premio al Concorso "La Fenice aquilana". Ha inoltre ottenuto il Premio della Giuria alla XII Edizione del Concorso nazionale di Poesia "Città di Sant'Anastasia" del 2014. Frequenta gli ambienti letterari del territorio campano e anche nazionali, prendendo parte attivamente ad incontri di poesia, convegni, rassegne letterarie. E' frequentemente invitata come moderatrice e relatrice in occasione di presentazione di libri di poesia e di narrativa. Ha ricevuto riconoscimenti dalla critica di settore. 

Il II Volume dell'Antologia "Transiti Poetici"

CIRCOLO DELLE VOCI, Vol. I°

"Gusti di...versi", Ristorante Albergo dei Baroni, Sant'Anastasia (Na), 13 marzo 2015

La mostra "Il respiro della materia / I colori dell’anima"

Due poesie di Gerardo Pedicini

L’ombra del tempo

(per Sergio Vecchio


L’ombra del tempo

è ferma alla tua porta

e tra i rami

vigila la civetta,

cara agli dei.

Nel silenzio della notte

avanza il giorno tra le spine

e il vento rode

le vecchie mura sibarite

intrise d’acqua e di memorie.

Dorme nel profondo la palude:

il Sele discende lento fino al mare

e svuota le tombe dei sacrari.

Ora è l’antica Hera,

ora è Poseidon a indicarti il cammino.

Alla deriva del vento

il tuo passo di lucertola

è rapido volo d’uccello.

Sotto la tettoia scalpita il treno

sugli scambi e rompe le stagioni

nel vuoto delle ore.

Nel laboratorio acceso di speranze

resti tu solo a sorvegliare

il perimetro antico delle mura

mentre vesti d’incenso i tuoi ricordi

tracciando sul foglio linee d’ombra.

***

I segni della storia

(ad Angelo Noce)


Cinabro è il fuoco dei ricordi:

passano rotte di terre nella mano

e sfilano i segni della storia.

Ombre e figure

alzano templi alla memoria.

Nell’antico corso del mare

si sospende la luce del giorno.

È un sogno senza fine.

Transita il tempo da un foglio all’altro

e incide in successione

ciò che già fu, ciò che sarà

nella tenue traccia del tuo respiro.

(Gerardo Pedicini)

Il libretto "I Poeti della rosa"